Da che cosa deriva la rabbia mussulmana? Dal suo essere vittima di sfruttamento occidentale? Questo articolo smentisce questa ipotesi: la rabbia islamica è duvuta al fallimento del loro modello di civilità, non causato da "complotti" esterni a quel mondo.
"In questi giorni si assiste a un amaro paradosso: la solitudine di Israele. Zeev Schiff ha scritto su Ha-aretz: “E’ totalmente inaccettabile sostenere che vi sia un qualche rapporto fra il terrorismo islamico e il conflitto israelo-palestinese”. In effetti la causa della destabilizzazione non è Israele, ma l’islamismo, che compie stragi dalle Filippine all’Algeria, da Mosca al Sudan e alla Nigeria senza alcun nesso con la questione palestinese. E che puntualmente fa saltare ogni approccio di pace in Medio Oriente.
Tutti ripetiamo che l’occidente non ha alcun problema con l’Islam. Ma “1.400 anni di storia dimostrano il contrario”, ha osservato Samuel Huntington in “The Clash of Civilizations”. Bernard Lewis scrive: “Per quasi mille anni, dal primo sbarco moresco in Spagna al secondo assedio turco di Vienna, l’Europa è stata sotto la costante minaccia dell’Islam”. Quella musulmana è “l’unica civiltà” aggiunge Huntington “ad aver messo in serio pericolo, e per ben due volte, la sopravvivenza dell’Occidente”.
Alla fine del XV secolo sembrava prevalere. Ma dal XVI secolo, con l’espansione marittima e la rivoluzione industriale, l’Europa prese il volo e divenne egemone su scala planetaria. Il Novecento inizia con il disfacimento dell’Impero Ottomano (ultimo resto di potenza musulmana) e vede compiersi in Occidente il più colossale e stupefacente balzo in avanti che la storia ricordi dal punto di vista economico, scientifico, tecnologico, civile, sociale.
La durata media dell’esistenza che nel 1820 non arrivava a 40 anni tocca oggi i 77, nel 1820 i più erano analfabeti, oggi gli anni di istruzione variano da 12 a 18, nel corso del secolo è sceso del 40 per cento il numero delle ore lavorate e il reddito medio individuale è quintuplicato, in pochi secondi si comunica con qualunque parte del pianeta e tutto questo con istituzioni democratiche, dove vengono garantiti a ciascuno tutti i diritti.
Il mondo musulmano, che nel Novecento si è frazionato in decine di stati, ha vissuto il secolo come una sfida perduta. Per qualche decennio ha puntato all’occidentalizzazione, ma dappertutto (eccetto la Turchia) con regimi di tipo socialista, così fallendo la modernizzazione e aprendo la strada al fondamentalismo. Classi dirigenti socialiste o oligarchie illiberali non hanno voluto costruire istituzioni democratiche e non hanno saputo diffondere il benessere. Nonostante si siano trovate in mano - senza alcun merito – gran parte delle risorse petrolifere mondiali.
Su molti paesi islamici sono state convogliate enormi ricchezze e grande peso politico, ma ciò non ha significato modernizzazione e libertà per i popoli. Le caste al potere si sono ubriacate di abusi, Rolls Royce d'oro e palazzi da Mille e una notte, salvo poi aizzare le loro plebi contro l’Occidente e contro Israele presentati come causa della miseria e dell’oppressione. Così si è creata una corrente fondamentalista, alimentata anche da una enorme esplosione demografica che ha prodotto un grosso flusso migratorio verso l’Europa (il tasso di crescita annuo in quel paesi tra il 1965 e il 1990 è stato attorno al 2,5 per cento quando quello medio mondiale è stato dell’1,85).
Le masse di giovani disoccupati e fanatizzati dalla propaganda islamista, finanziata dagli enormi ricavati del petrolio, “sono convinte della superiorità della propria cultura e sono ossessionate dallo scarso potere di cui dispongono” (Huntington), frustrazione che cresce nel confronto con il mondo occidentale e israeliano che pure disprezzano come civiltà inferiori o corrotte, ma che appaiono loro “satanicamente” seducenti.
Gli anni Novanta hanno visto l’ennesimo balzo in avanti dell’Occidente e il dilagare su scala planetaria dell’islamismo conseguente al definitivo fallimento di quelle classi dirigenti. Sul Financial Times un analista ha recentemente elencato i dati di tale disfatta. Il reddito pro capite medio dei paesi sviluppati (a parità di potere d’acquisto) era anno scorso di 27.450 dollari, mentre quello dei paesi islamici, nella fascia che va dal Marocco al Bangadesh, era di 3.700 dollari. La media mondiale di 7.350 dollari è superata solo dai paesi islamici esportatori di petrolio. Ma è uno sviluppo drogato dall’oro nero, senza istituzioni democratiche né libero mercato che sono le condizioni della crescita vera e durevole.
Fra i 155 paesi dell’indice World Audit delle libertà economiche, nel 2001, troviamo i primi paesi islamici al 42° posto (il Kuwait) e al 48° (il Marocco). “La maggior parte degli altri risultano nel gruppo dei paesi con meno libertà economiche, cioè oltre il 100° posto”, scrive il FT. E nella classifica delle libertà politiche della Freedom House, “solo cinque di questi paesi (Bangladesh, Giordania, Kuwait, Marocco e Turchia) venivano giudicati parzialmente liberi”. Gli altri sono definiti seccamente “senza libertà” e addirittura - secondo il World Audit – sei degli otto regimi più repressivi del mondo sono paesi islamici (Afghanistan, Arabia Saudita, Iraq, Libia, Somalia e Sudan). Del resto, aggiunge il FT, questi paesi stanno ancora perdendo terreno: Egitto e Corea del Sud avevano nel 1950 lo stesso livello di vita, oggi quello coreano è cinque volte superiore all’altro.
E’ questo fallimento che provoca frustrazione e che alimenta il fondamentalismo. Lungimirante dunque appare l’idea del premier italiano Berlusconi di aiutare la pace fra Israele e palestinesi attraverso lo sviluppo. Attrarre i palestinesi nell’area del benessere occidentale è la chiave per sottrarli alla suggestione del fanatismo e del terrorismo. Questo “Piano Marshall” dovrà far tesoro della lezione del passato, quando i fondi dei paesi europei sono finiti a finanziare libri scolastici palestinesi pieni di incitamenti alla violenza. Gli investimenti dell’Occidente, che comprenderanno Israele, avranno bisogno che da parte palestinese si dia vita a istituzioni davvero democratiche, che garantiscano la trasparenza, i diritti civili e religiosi (vista l’intolleranza attuale verso i cristiani), il totale abbandono del terrorismo e la definitiva accettazione dell’esistenza di Israele che Yasser Arafat afferma a parole, ma non con i fatti (basta dare un’occhiata al sito internet ufficiale dell’Autorità Nazionale Palestinese nella cui cartina Israele semplicemente non esiste).
Arafat dovrà anche “smilitarizzare” la sua propaganda, la tv palestinese, le sue scuole, i suoi giornali, oggi indottrinamento di violenza. Quello palestinese è un popolo di grandi qualità e può costruire la sua prosperità solo insieme al popolo israeliano che in un territorio minuscolo, senza petrolio, con tumultuosi flussi migratori, continuamente aggredito, minacciato di annientamento, ha saputo trasformare il deserto in una terra prospera, ha saputo darsi istituzioni libere e democratiche, raggiungendo livelli di vita occidentali.
I palestinesi potranno ripetere questo miracolo se guarderanno a Israele e all’Occidente e non a quei regimi arabi che nel 1948 invasero le terre dove doveva sorgere lo stato palestinese e che non hanno esitato a fare strage di palestinesi ogni volta che hanno voluto. Il “progetto Berlusconi” è una concreta via alla pace e un grande messaggio politico: così l’Occidente potrà mostrare il suo vero volto, di prosperità e libertà, ai popoli musulmani ingannati e oppressi."
Antonio Socci
"Non crediamo che il piano tipo Marshall - che ha funzionato per l'Europa avra' lo stesso effetto per gli arabi, perche' di nuovo - si applicano agli arabi metri e valori occidentali, che sono loro estranei ed odiati, perche'presuppongono un regime democratico, che sarebbe un salto in avanti di 1000 anni-impossibile da compiere in un breve periodo."